Le avventure dell'indifferenza

Se citiamo – e storpiamo – Jacques Derrida, non è per vezzeggiare l’eccellenza di una ricerca artistica e innalzarne paraventi d’eccellenza. Ma i lavori di Alessandro Girami (Milano, 1980) sono caratterizzati da reversibilità e incompiutezza. Quadri dalla natura scultorea appesi alla parete. Valore figurativo e valore plastico. Non necessariamente destinati a una posizione fissa e “normale” – devono stare così e non altrimenti. Come soggetti cubisti, si prestano all’esplorazione onnilaterale: la datità sensibile copre tutte le possibilità della visione. Opere molto materiche e apparentemente “brutali” che tuttavia non vogliono strizzare l’occhio alla pittura del gesto o all’espressionismo astratto. Anche se i rimandi a Georges Mathieu e Jackson Pollock si sprecano. Quando concludi un’opera, essa non è più tua: anche Alessandro Girami, come Roland Barthes, insiste su questa apertura, questa disponibilità, dell’opera d’arte e sul suo valore spirituale oltre che materiale. Il senso è intensificato, fino a lambire l’accadimento fra persone: come un ritrovare sé nell’altro. Paradossalmente l’artista non ci mette del suo: è l’autore dell’opera, che riflette necessariamente una ricerca personale dando forma a sentimenti e passioni personali, ma l’opera d’arte non è sua e non esprime alcunché. E’ il suo referenre, chi guarda, ad esserne in un certo senso il proprietario. Uno e molti: il proprietario assente dell’opera d’arte. Si diceva del valore spirituale prima ancora che materiale: forse Wassily Kandinsky, ma certamente con stile personalissimo.

Alessandro Girami vuole uscire dalla tradizionale forma conclusa della tela: l’aspirazione è un transire, un uscir-fuori dalla fissità del limite. Un impeto sia fisico che spirituale: la materia cromatica esplode dall’angolo che non c’è, perché l’irregolarità fortemente voluta dà l’impronta di sé non solo alla superficie pittorica ma anche alla cornice stessa. Che non conchiude l’opera come una scatola, ma la apre concretamente allo spazio. E al pensiero. Cos’è il luogo? Cos’è lo spazio? C’è una notevole differenza – e una differenza, ri-vezzeggiamo Derrida: il luogo è fissamente occupato dal contorno dell’oggetto, lo spazio è il dinamismo della sua lontananza. L’oggetto differisce nello spazio, la sua apertura ideale è un transire nel pensiero: l’opera deve debordare al pensiero. Idea cui viene data forma sensibile attraverso l’uso di un elemento naturale come l’acqua: la matericità dei lavori di Alessandro Girami è come stemperata dall’azione fluida di questo elemento vitale che come pioggia porta con sé e trascina via il colore animando, vivificando, l’opera d’arte stessa.

I quadri sono vivi e la serie delle opere può racchiudersi nel segno delle anime di materia, espressione efficacissima nel suo valore reversibile e palindromo coniata da Alessandro Girami per riferirsi agli esiti formali e materiali della sua ricerca artistica, che con questa serie di lavori si rinnova paradossalmente a partire dalle origini: media espressivi quali tempera, acrilico, stucco, colla, smalto, usati dall’artista in tempi più remoti e riattualizzati in una nuova ricerca. Dove i lavori nascono come per partenogenesi: dettagli sviluppati dell’opera che sta lì accanto, in un ciclo idealmente non definito, non conchiuso, come una sorta di incompiutezza genetica.

[Emanuele Beluffi]